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16.06.06

In Treno e in Nave

Ero seduto in uno scompartimento di un intercity, uno di quelli con due sedili uno di fronte all'altro e porta chiusa con tendina. Lo scompartimento non era vuoto, di fronte a me c'erano due ragazze, entrambe dimostravano meno di trent'anni, una, "piazzata" precisamente di fronte a me, era castana, con un bel viso su cui spiccavano due occhi verdi e un fisico che si intuiva ben fatto.

Poi un posto vuoto, e quindi una biondina dalla pelle chiara. Sul "mio" sedile io, il solito posto vuoto e un distinto signore,sulla quarantina, impegnato a leggere un giornale economico. La ragazza castana indossava un gonna nera, lunga sino al ginocchio, e con le gambe accavallate guardava immobile fuori dal finestrino. Io la imitai, guardando il panorama che ormai conoscevo a memoria. Il silenzio durò per lunghi minuti, e fu interrotto solo dal controllore, che entrò dicendo:
- Biglietti! Controllò i quattro tagliandi e se ne andò, ma dalla difficoltà della ragazza castana capii che non era italiana. Iniziai ad osservarla meglio, sopra la gonna nera portava una maglietta beige, non scollata, ma aderente, che metteva in risalto la forma del seno, non molto grande, ma decisamente piacevole alla vista.
Dopo un po' "scavallò" le gambe, per tornare subito ad accavallarle nella posizione inversa a quella di prima. Io iniziai a spogliarla con lo sguardo, immaginai di prenderla per le mani e tirarla verso di me, baciarla sulla sua bocca carnosa mentre le mie mani scendevano a toccare il suo culetto polposo. Immaginai poi di alzarmi sempre tenendola stretta a me, e di dirle:
- Seguimi! Mi diressi verso la toilette del nostro vagone, lei dietro di me, entrammo uno dopo l'altro, lei si sistemò contro la parete, si scese la gonna sino a metà coscia e disse:
- Prendeme, sona tia! Io le afferrai le tettine, le strofinai l'una contro l'altra, la baciai di nuovo, poi le sfiorai gli slip bianchi, lei emise un gemito, le scesi le mutandine bianche lasciandole sopra le ginocchia, le strofinai nuovamente la figa nuda, le allargai le labbra con le dita, sfiorai il clitoride, poi lo strofinai con decisione. La penetrai con due dita, lei era completamente bagnata. Mi calai i pantaloni con tutta la velocità di cui ero capace, il mio membro era già duro ed eretto, lo appoggiai alla sua figa ed entrò senza trovare nessuna resistenza, la scopai a lungo, lei raggiunse l'orgasmo prima di me, si girò e mi sussurrò:
- Rompeme el culo. Io rimasi per un attimo sorpreso dalla sua proposta, ma mi ripresi subito,e le spinsi il cazzo a fondo nel culo, dopo averlo bagnato con la mia saliva. Le venni dentro, poi lei si inginocchio davanti a me per pulire il mio cazzo dalla sperma con la sua bocca. Ma un rumore mi riportò di colpo alla realtà, alzai gli occhi e vidi la ragazza castana che si alzava, eravamo arrivati ad una stazione, ed evidentemente si apprestava a lasciare il treno. Lei scese, e con lei scese anche il signore distinto. Restammo soli io e la biondina. La guardai, immaginando come sarebbe stato mettere in pratica con lei le mie fantasie, lei mi sorrise, non era bellissima, ma non era nemmeno brutta, una ragazza carina, come tante altre. Risposi al suo sorriso, ma decisi che sarebbe stato solo un palliativo dell'altra, mi alzai, e fingendo di dover scendere alla stazione in arrivo, cambiai scompartimento e vagone.

Lo aveva immaginato come il più bel giorno della sua vita; invece fu un inferno. Il sottotenente Arianna De Marchi era giunta alla cerimonia del giuramento con il cuore pieno di felicità ed orgoglio per quanto aveva fatto. Lei! Primo cadetto donna ad essere ammessa alla storica e severa Accademia Navale di Giborno; Lei! Che era riuscita, lottando contro la sua famiglia, lo stato e tutti i dannati pregiudizi maschili, a compiere il primo passo verso la realizzazione del suo sogno: comandare un giorno una nave da guerra! E dire che la cerimonia era stata così bella. Aveva dovuto combattere con la sua sensibilità di donna per non commuoversi e non piangere al momento di pronunciare il fatidico "lo giuro" e anche dopo, mentre salutava militarmente l'ammiraglio che le consegnava l'agognato spadino. Si era sentita veramente bene, la sera, alla festa di gala: i suoi parenti orgogliosi, le bianche ed immacolate divise degli ufficiali, i balli, lo champagne e, soprattutto, quel bellissimo compagno di corso, così galante, che l'aveva invitata a continuare i festeggiamenti nella camerata assieme ai suoi due simpatici amici. La sera giusta per innamorarsi!
Per la prima volta si era sentita una di loro: "ma dove cavolo è tutta questa discriminazione maschile!" aveva pensato felice. Poi, improvviso, l'inferno. I tre cadetti, ubriachi, avevano cominciato a scherzare in modo così antipatico, così... maschile; e l'avevano fatta sentire diversa: bella si! Desiderabile certo! Ma soprattutto inferiormente e stupidamente donna. Il bel cadetto aveva cercato di baciarla. Che sciocco era stato! Lo avrebbe baciato volentieri per prima lei, se solo non fosse stato così prepotente, se fosse rimasto quello di prima, quello della festa. Fu costretta a respingerlo. Il suo orgoglio ferito lo trasformò in una belva e con lui anche i due compagni, impazienti di seguire il loro capo branco. Le nervose risatine di scherno di Arianna si trasformarono presto in spaventati lamenti ed infine in urla.

Certi ormai di non poter contare sul suo consenso, i tre la distesero supina sulla branda, con la forza, tenendole ferme mani e gambe. Il bel cadetto si sedette comodo sopra di lei. Le abbasso con rabbia i pantaloni e quando apparve il candido e delicato sedere guardò trionfante i due amici come per dire: "Visto che non è come noi! Questo non è il brutto culo peloso di un ufficiale! Questo è un gran bel culetto di puttanella da fottere!" A nulla valsero i pianti ed i singhiozzi di Arianna: "Vi scongiuro, non l'ho mai fatto! Non sono mai stata con un uomo!" "Oh! Non ti preoccupare capitano! Oggi non seguiamo la rotta per le Isole Vergini, oggi seguiamo la rotta del retto!" Arianna non seppe mai cosa fosse quel liquido freddo ed oleoso che il cadetto le spalmò voluttuosamente nel solco dei glutei, sui bordi dell'ano ed infine dentro, violandola con un dito. Poi sentì quello che doveva essere il suo glande premerle contro. Contrasse i muscoli per stringere più che poté. Ma il cadetto, spingendo, rideva delle sue inutili difese ed iniziò un gioco odioso: tenendo i pollici rivolti verso l'interno le afferrò i glutei con le mani e, con movimento alternato, prese ad allargarne prima uno, poi l'altro, in modo da far entrare il pene poco alla volta e molto lentamente. Quando il glande scomparve completamente all'interno di Arianna, il cadetto uscì da lei per ricominciare quel giochino che tanto aveva fatto ridere i suoi due amici. Ma l'ano già un po' dilatato non rendeva più il divertimento uguale a prima. Il cadetto allora si distese completamente su di lei e la penetrò del tutto. Arianna fu sbattuta come un animale. Mentre piangeva e singhiozzava sommessamente, sentiva solo odio, rabbia, umiliazione; tanto male e bruciore, fisico e non. Per fortuna il cadetto venne in fretta e, come lui, anche il secondo, quello con la faccia da bambino, il cui tentativo ipocrita di essere un po' gentile, dandole un bacio sulla guancia e sussurrandole delicate parole nell'orecchio, l'avevano ferita ed umiliata più di ogni altra cosa. Il terzo però fu il più terribile. Aveva un pene grosso e soprattutto sembrava eterno. Arianna smise di piangere. Ormai, morta dentro, rimase con gli occhi spalancati ad aspettare solo che tutto finisse. Fortunatamente il bruciore all'ano diminuì; poi scomparve del tutto. Il cadetto infilò una mano sotto di lei per stimolarla davanti.

Arianna riprese a piangere ed a lottare con se stessa solo quando si rese conto che, incredibilmente, il suo corpo la stava tradendo eccitandosi. L'ultima e più cocente umiliazione se la stava dando da sola! Senza poter fare nulla sentì l'orgasmo arrivare. Un orgasmo terribilmente brutto e violento. Solo allora, ridendo soddisfatto, imprecando ed insultandola oscenamente, il terzo cadetto esplose di piacere dentro di lei. Arianna non disse mai nulla. Non voleva che anche i suoi sogni fossero uccisi da quei tre assassini. Lotto contro la sua sete di giustizia, una giustizia che certamente non le avrebbe ridato ciò che le avevano tolto e che avrebbe comportato solo altre umiliazioni sotto forma di pubblici processi e basse insinuazioni. La fallocrazia inoltre, non le avrebbe mai perdonato di aver infangato il buon nome dell'Accademia e, alla prima occasione, si sarebbe vendicata espellendola. No! Arianna tenne duro. Lotto contro tutto e tutti: contro la ferocia dei suoi camerati, contro il quotidiano sarcasmo, contro quell'odiato soprannome con tutti ormai la chiamavano alle spalle: "la rotta del retto". Lotto nell'unico modo possibile: dimostrandosi superiore agli uomini e primeggiando, con enorme sforzo, in ogni campo. E finalmente arrivò il giorno più bello per Arianna! Quello in cui le fu assegnato il primo comando di una nave: un piccolo dragamine di quindici uomini di equipaggio; tutti rispettosi e tutti ai suoi ordini! Ironia della sorte fu anche il giorno in cui fu completamente scagionata dall'accusa di omicidio di tre brillanti ufficiali della sua accademia, la cui omosessualità non era stata mai minimamente sospettata, ma che furono trovati morti in una bettola del porto normalmente frequentata da gay. Furono ritrovati legati ad un letto in ferro, supini, con il loro spadino di ordinanza infilato nel retto; morti atrocemente per emorragia e lesioni interne. La magistratura archiviò frettolosamente l'imbarazzante caso come delitto di gelosia perpetrato da parte di due violenti omosessuali della zona, tuttora latitanti, con cui i tre avevano avuto, probabilmente, una relazione. Oggi nessuno osa più chiamare il capitano De Marchi con quello stupido soprannome.

Postato da xXx il 11:17